C’è mente nel mondo; c’è mondo nella mente.

La filosofia non serve: infatti è libera, echeggiando lo Stagirita. E Dante professa la sua fede nel dubbio, dichiarando che “non meno che saver, dubitar m’aggrata”.
Sapere e dubitare sono le due braccia della bilancia del ponderare. Il “pondo”, cioè il ‘peso’, il “pesare”, ovvero il ‘pensare’ sono sinonimi ed evoluzione di significati e sensi storicamente accertati. Senza dubitare non c’è stimolo per la ricerca che produrrà il sapere.
Essere ignorante, professare la propria inconsistenza noetica, essere mancanti di gnosi, conoscenza, è propellente per il motore della macchina del sapere.
Da quanto sopra, scende, deriva o s’inferisce che tale atteggiamento privo di coscienza di se stesso non condurrà a niente: viceversa, significa che c’è già un sapere di non sapere prima del sapere. Un assetto preparatorio, psicologico, coscienziale, esistenziale che è anche procedura epistemologica, scientifica, prassi che origina da onesto sguardo su se stessi e sul mondo assieme, colti come rapporto, relazione e correlazione fenomenica, rimandi trascendentali ed empirici. C’è mente nel mondo; c’è mondo nella mente.
Da questa apertura originaria cala divinamente la Matematica, che ne è il linguaggio ermetico, vero dono prometeico o di Ptah; fuoco della scienza, che trasforma e rende digeribili i suoi dati. Mediante la Mathesis, la Ragione, la Mente, facciamo nostro il mondo, lo comprendiamo così come metabolizziamo il cibo. E cibo per la mente è il Sapere, cioè la Filosofia, che conduce alla divinità matematica, la quale rende a noi umani palese il mistero della Fisica, della Natura, senza esaurirla, perché noi esseri finiti e mortali, diventiamo immortali e infiniti conoscendo. E questa è la libertà del filosofare, il suo non servire.

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