Tanta distanza c’è tra il dover essere e l’essere quanto fra un universo ed un altro, se ne ammettiamo più di uno: in parole povere, tra il dire ed il fare. Sussistendo questa differenza, che non è marginale alla Derrida, bensì in pieno testo, né nelle note a piè di pagina, ed essendo sostanziale alterità ineffabile, che si legge chiaramente ed evidentemente, senza bisogno di tradurre e di esegesi o esercizio ermeneutico, non sanabile frattura, umana, troppo umana, ammetto anche l’autodeterminarsi dell’indeterminato, del sostanziale effimero, della presenza fenomenica di ciò che non è, ente mascherato, opera impresentabile, razionalità travolta, o meglio, stravolta, ovvero di quanto appare follia. Se essa è esercizio di libertà, allora mi è talmente sacra che giustifico per essa chi manifesta senza ragione contro pass verdi, gialli, rossi ecc. E ammetto la contrarietà al vaccino come a qualsiasi altra cosa. Talmente è fondamentale la stima ed il valore della libertà, per me, che, se vogliamo usare termini secolari, se fossi Dio, non avrei nulla da ridire, pur essendo esecrata e considerata follia da tutti i bravi cittadini. E lo ammetto da vaccinato e passerato… Passerato… sì, sarebbe meglio in altro senso: cioè munito di passera, molto più divertente e piacevole di questa rottura solenne di tutti i coglioni sia reali sia immaginari.
Finirà questa tortura applicata ai testicoli e alle ovaie, perché tutto ha una fine; e se finiamo noi, allora renderemo un servizio gradito a tutte quelle povere creature nostre sorelle, condominiali, per così dire, cioè eucariote, funghi e piante incluse, e protisti e cromisti e cronisti, già che ci siamo. Stiamo stancando il cosmo!
