La produzione di serie, legata al consumo di massa, deve proporre effimeri pseudo-valori estetici per rendere i propri prodotti appetibili, capaci di soddisfare i bisogni indotti nei consumatori e di procurare piacere attraverso il loro acquisto. Si ha così lo slittamento del concetto di bello estetico, che dall’esperienza dell’arte passa all’esperienza della ricerca del piacere del consumare.
“Arte” oggi significa trasfigurazione del banale nel bello, reinterpretato come tale, oggetto incluso in un complesso di relazioni cui è correlata l’opera d’arte a differenza di un banale oggetto, da cui non si differenzia per nulla, sensibilmente e quindi esteticamente, ma che acquisisce virtù superiori perché trattata filosoficamente, oggetto di speculazione, interpretazione infinita.
Così è che un wc può diventare accusa e critica sociale, l’unica cosa che può fare l’arte oggi, dove la soggettività si è dissolta nella assoluta oggettività del produrre e consumare; in cui la musica diventa dissonanza e dodecafonia per annunciare le lacerazioni del mondo contemporaneo. Probabilmente, da questi tratti siamo già andati oltre il semplice desiderio percepito dell’oggetto banale, e sorpassata la dissonanza tra arte e massa. Oggi siamo tranquillamente immersi nella normalità plastificata della riproduzione del nulla inscatolato, abituati ad esso, piacevolmente sorpresi dall’oggetto… per un istante solo.
