Sospensioni, imbarazzi ed errori. Epochè quotidiana stralunata.

Non era esattamente quello che prospettava Husserl ciò che avviene al mio tempo, che tenta di coincidere con quello dei miei contemporanei. Un tempo di azioni aleatorie, sospese, incongrue, o meglio, incomprese. Inizio dalla più banale: scrivere col telefono, che è una specie di computer a tutti gli effetti. Mai vi fu atto più pernicioso, ostinato, pervicace, incongruente: si cerca di buttar giù qualcosa di sensato, almeno corretto dal punto di vista grammaticale, sintattico. Uno ci prova… E che succede? Che un’oscenità, una mostruosità, una cacografia, una suprema ed emerita sconcezza, in quanto già regalamene e orrendamente assisa sul trono dell’ ignoranza innocente in precedenza, ne risulta, con sconcerto immediato e attonito. Dai polpastrelli prementi e frementi, piangenti e fetenti in questo mare del web, ne esce una schifezza. Ed il bello è che non puoi più correggerla, come su WordPress, e nemmeno cancellarla. Ormai è andata. Sta lì a dimostrare la propria incompetenza e asineria. Hai tanto da scusarti addicendo la colpa al suggeritore dello smartphone (stupidphone): ormai è andata. Hai fatto la tua figura.

Gente che parla con le mascherine (me compreso): ormai non capisco quasi più niente dei mugugni che ascolto. Dico sempre di “sì”, come fossi un mongolo, della Mongolia inferiore, appena arrivato in città, a Milano. Parlo io: “cosa?” Ripeto: “come?” Alzo la voce, una, due volte, la terza sembro Pavarotti. E che diavolo?!

E da ultimo, gran finale. L’incontro mascherato: “Ciao sono io!” e boh? “Ah sì, ciao”. Sorriso. Chi era costui?

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