Vedere i contorni, le forme, il mostrarsi degli enti nella penombra, quando la luce non acceca ma accompagna le cose con dolcezza agli occhi, come il pastore con le pecore. Lo sfondo, il risaltare dell’oggetto e la sua presenza mondana è parzialmente nascosta, perché troppo luce non fa vedere, ma acceca. La terra del bene e del male mescolati, della vita e della morte che si interpenetrano, scivolano l’una dentro l’altra, si abbracciano, come se fossero amanti e diventano inestricabilmente e ineffabilmente uno. Uno e molti, l’uno negli altri, e gli altri nell’Uno. Così, qui, si palesano e dissimulano nel contempo la loro presenza le cose, e così in noi entrano e siamo noi gli uni per gli altri, luce o ombra, contorno e figura, intravisto ente, nascosta verità, male che furtivo passa come lesta ombra, un attimo di bene che lampeggia, e quasi sempre un cielo nuvoloso, una mancanza di chiarezza e nebbia che avvolge e vela pensieri e intenzioni, vergogna e orgoglio, piacere e sofferenza, ma non divise nettamente, bensì fluide, non nette differenze, ma tracce e strascichi.
Accettare o negare, non voler avere relazione, restare irrelati e far soffrire o accogliere e amare rischiando.
