Anziché perdersi in cifre e contabilità di vaccini e ricoveri, decessi e contromisure politiche e presidi sanitari, abbiamo perso o stiamo perdendo l’occasione di confrontarci con qualcosa con la quale avremo a che fare per la nostra stessa natura mortale. È inevitabile. Pensare alla morte dona saggezza.
Si invecchia e ci si guasta: è l’entropia. Questa è tempo, il suo verso, direzione. Un sistema tende al disordine. La vita è questo disordine. Per questo le parole magiche ordine e sicurezza sono menzogne. Non vogliono che ci pensiamo, perché cambierebbe il nostro modo di vivere, non più funzionale alla produzione e riproduzione di cose e di noi stessi. A che prò? Che senso avrebbe? Per questo deve essere cercato un senso, stabile e fermo, non fuori di noi, non nelle parole di altri, non in una religione istituzionale che fa da contraltare allo Stato. È esterno, non ci tocca. Sono parole vuote, non danno risposte. Sono burocrazia chiamata religione. È l’altra faccia della Stato, a cui interessa esistere e persistere grazie al lavoro e alle illusioni altrui, basta che conducano soldi alle casse loro. Noi dobbiamo lavorare e la casta ksatrya e brahmanica preleva. Siamo i bancomat di Stato e Cniese ecc. Non interessa loro di nessuno, perché ad esse interessano tutti e tutto e nessuno in particolare. Ciascuno di noi scompare e diventa popolo, massa amorfa, consumatori, fedeli. Pensare a come si sta vivendo, perché, che significa, non è affar loro ma di ciascuno di noi: la risposta non te la darà nessuno.
Abbiamo paura di morire, soffrire, smettere di essere efficienti e dover dipendere da altri, romperci, come se fossimo macchine. Di questo abbiamo paura. Vorremmo essere eterni come beni di consumo in serie, replicabili, a tal punto che invidiamo le macchine che le producono. L’eternità della replica di se stessi uguale a se stessi, di prodotto che ritorna perennemente. Abbiamo sconfitto la morte producendo cose. Identificandoci con la produzione rinnovata e medesima dell’oggetto: noi non ci siamo più, se non la tara e la confezione, e l’interno uguale per tutti dappertutto, con nomi diversi.
