Il paradiso

Ricordo che ero ragazzino, 16/17 anni, incasinato e inesperto. Conoscevo persone sui generis, geniali a loro modo, ma forse un po’ eccentriche. La ganja era presente come il thè, nel nostro habitat. Tutto era avvolto da una nube magica e santa: Santa Maria. Tutti la pregavano e invocavano, e poi, chissà perché, la mettevano al rogo come fosse stata una strega, ma lei si faceva cremare volentieri e donava a tutti le sue grazie. E ogni ragionamento era espressione umana e vegetale, della Santa e delle sue affini sante sostanze. Eppure gli argomenti erano cogenti e stringenti e filavano veloci e intelligenti. Non c’erano preoccupazioni come adesso, e le menate vengano affrontare in gruppo, e combattute con filosofie arcane, tendenzialmente orientali.
Fui tra i primi in Italia, credo, a recepire gli insegnamenti di un tal Osho e di Krishnamurti, che erano vivi e vegeti allora. D’altronde, sin da bambino, mi interessavo di magia, occultismo, spiritismo, parapsicologia ed ero una specie di dark inside.
Andavo in un luogo strano, di cui dirò tra breve, con un amico più grande di me di almeno vent’anni, praticante di yoga, che mi fece conoscere Paramahansa Yogananda: ne la sua famosa autobiografia. Avevo già letto uno o due anni prima “Tipi psicologici” di Carl Gustav Jung.
Andavo, dicevo, con un amico in un posto misterioso e strano, portandoci delle cibarie appresso. Si partiva con una “Due cavalli” a rotto di collo, facendo curve che la facevano piegare paurosamente di lato. Il luogo fatato era in una valle. Si doveva camminare non poco per giungervi. Ivi viveva una comunità i cui membri erano probabilmente giovanissimi, o anche trentenni nel ‘68. Come descrivere quel luogo meraviglioso? Pace, fumo fitto, pochissimo sole, un fiume molto noto in Lombardia. Chitarra a disposizione e freddo a volontà. Vi rimasi anche a dormire, soprattutto se c’erano temporali, che facevano davvero paura. A volta c’era un atmosfera di attesa; calava il silenzio, uno stupendo e stupefacente silenzio; donne e uomini coi capelli e barbe lunghi stavano zitti. Io tacevo e guardavo. Sorrisi materni e dolcissimi della capotribù, ragazzona altissima, coi capelli rossi sparati all’aria come una strega, grandissime tette, saggia come una vecchia sacerdotessa indiana. Avrà avuto attorno ai 35 anni. Nel ‘68 ne aveva 18. Hippie e anarchici. Ragazzi che venivano e andavano in giro per il mondo, soprattutto India.
Ivi conobbi Ouspensky e Gurdjieff. Mi incollai a “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”. Poi li lèssi tutti e frequentai anche un centro di studi e pratiche, di cui non parlerò.
E venne il giorno in cui io, vergine e timidissimo, che mai avevo conosciuto donna, nemmeno con qualche bacio imbranato, sorse il sole: le donne che erano nella comunità non attesero un istante, perché rara era in quella valle la visita di Febo, e in un batter d’occhio erano nude come fate (o streghe). Ed io vidi com’erano fatte queste stupende creature… Intravvidi, tra la mia timidezza, rosso come una fragola, imbarazzato come un gatto in ammollo, tra sorrisi e ammiccamenti, il paradiso.

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