Per amore della vita che è spettacolo, avventura, dramma e commedia, teatro, un film di qualità più o meno alta o bassa e della curiosità; per giocare e lasciarmi andare all’impermanenza; per andare al lardo come la gatta proverbiale; per vedere come andava a finire la storia ho atteso. Il Nirvana poteva aspettare. Dormiamo ancora un poco e sogniamo; facciamoci un giro nella giostra. La vita è bella.
Ma poi gli strumenti per goderla e sopportarla cedono; il corpo è stanco; la legge della termodinamica prevale; la fantasia che si regge sulle ipostasi delle illusioni vacilla. Una certa astrattezza e lontananza prende campo insieme al passare dell’epoca estetica che accompagna la giovinezza. Una ruvida legnosità mentale e rigidità spirituale precadaverica avanza. Scema il desire e uno sguardo si posa sul mondo altro. Non aiuta la compagnia di nostri simili con i loro musi appesi; gli imbronciati e frustrati; amareggiati e risentiti; o con diverso linguaggio, nevrotici e normotici; psicotici e maniaci. Dolore e infelicità, sofferenza e tedio, pur se non propri, ovunque. Difficile restare distaccati quando l’immane greggia umana, la comune nostra spezie carnal, solo a vedere spacca le pal. E quindi, insomma, un po’ le “Upanishad”, un po’ i discorsi di Buddha; un po’ Socrate e Schopenhauer; un po’ Freud e un po’ Kauld, deu maroni così.
E il Nirvana chiama. Tempo di lasciare questo teatrino stupidino.
