Della realtà del reale. Duns Scoto, la sua ecceità e Platone. La divinità, la libertà e tesi tangenti vedute orientali.

Ecceità di Duns Scoto: la concreta individualità che realizza il contenuto metafisicò dell’essere come univocità. La presenza reale che è anche forma, materia e composto di entrambi o sinolo, ma che è a priori delle sue componenti e della definizione stessa, in quanto essenza che rimanda al concetto sub specie ontologica.
Ma il fenomeno senza le precondizioni delle categorie estetiche trascendentali, date a priori, come sarebbe, sia esso osservato oppure anche prodotto e osservato? Se fare è conoscere operativamente e pragmaticamente, è anche vero che la sua presentazione dipende ancora dalle stesse categorie a priori. Qual è lo spazio del dramma o azione del sogno? L’accadere. La causa Me stesso. Io sono la causa del mio mondo che sperimento come accadimento onirico. E la realtà della veglia? Se fosse anche questa sullo stesso piano, allora che mondo ed esperienza sarebbe la mia? È un sogno calcolare la traiettoria di un grave, la sua elaborazione balistica? Se è corretta, ti arriva una sassata esatta sulla testa. Sempre e ovunque. Nel sogno non c’è tale costanza fenomenica. C’è un riferimento che manca al sogno: il mondo. Le cose non vanno complicate troppo. Se qualcosa non funziona o non sai farla oppure te la stai sognando, ed in realtà non stai facendo niente, è un allucinazione, che è diverso dall’immaginare e prevedere un fenomeno in anticipo.
E se ci fosse una realtà o più realtà ancora più reali di quest’ultima, come sarebbero?
Ma questo non è ciò che voleva significare Platone col suo mito della caverna? Era troppo avanti…! E non ci sono altri riferimenti affini in aree diverse della Terra ed in tempi differenti? Ci sono. Che cosa potrebbe aiutarmi a comprendere che c’è una realtà più reale di questa? C’è un modo. Il sogno è uno stato di passività e di attività allucinatoria solo mentale: se c’è un incendio nel sogno, sembra reale ma non si corre reale pericolo. Se l’incendio fosse vero, si finirebbe in cenere. Quindi presumo che la realtà reale o vera sia una condizione libera, un fare reale, in cui la passività svanisce. In poche parole, uno stato in cui non si è sottoposti all’accidentalità.
Per quanto io possa essere scientifico e razionale, calcolare e prevedere gli esiti dei miei esperimenti e conoscere esattamente come avvengono i fenomeni, resto sottoposto alle legge dell’accidente: tutto può capitarmi… come nel sogno. Ecco, secondo me, cosa potrebbe essere indizio oggettivo di realtà: una libertà da ciò che capita, cioè dalla fatalità. Ma chi è libero dalla fatalità se non un essere divino? Quindi la realtà vera o superiore è divina, con buona pace delle mie amate conoscenze scientifiche che comunque sono già qualcosa di meno passivo, credo, ma inerenti un mondo che ha una realtà dubbia, quantomeno.

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