Dell’infinità del finito e viceversa

L’infinito è incongruo. Non essendoci proporzionalità, non possiamo risalire dal noto all’ignoto. Posso definirlo come classe o insieme dei numeri naturali N, che sono infiniti; dello Z; del Q; dei relativi R, per esempio, o geometricamente, come retta che si prolunga all’infinito: ma sono questi enti sussistenti misurabili o numerabili? Non credo, altrimenti sarebbero finiti.
Quella cosa è alta x, larga y, lunga z: alle variabili sostituisco dei coefficienti e ottengo le misure dell’oggetto. Eppure, se qualcosa fosse davvero infinita che senso avrebbe misurarne una parte? 1/n, dove 1 sta per l’intero che non conosco realmente ed n per la sua divisione all’infinito. Non c’è un limite assoluto, ovvero una fine nella densità numerica. E con la materia non andiamo molto avanti, perché non abbiamo trovato l’atomo realmente indivisibile, se non teoricamente. Ma se possiamo, d’altronde, misurare una parte di qualcosa, quella parte misurata esiste, e ciò che è compost di parti, per quanto grande possa essere, è finito. Perciò l’universo, la materia e ogni cosa esistente al mondo deve essere finita. Finita come principio e fine; finita come misura, quindi. Ciò che è infinito è il potere della mente di calcolare sempre un elemento in più del dato; di immaginare e spingersi oltre: ma ciò non implica necessariamente l’esistenza di quanto immagina. Se esiste, dunque, qualcosa d’infinito, non sarà nell’ordine dell’estensione dei corpi o dei tempi, ma nell’ignoranza che nutriamo su ciò. Pertanto “infinito” è sinonimo di “ignoranza”, per quanto sia dotta; e quanto noi conosciamo sarà sapienza ignorante.

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