Talete e l’altro

Io sono Orzowei, Kunta Kinte, kunta un kazzo. In breve, sono il “bovero negro”, lo schiavo, il marocchino, una minchia da sempre. Al lavoro la cosa è ben rilevata da come si atteggiano e parlano con meno che sufficienza i miei colleghi, che si sentono ‘sto cazzo, con espressione del folclore romano. Io ignorante e bovero negro. Derisione, sufficienza, superbia. Per decenni si va avanti così.
Talete, uno dei “sette savi”, un giorno andava camminando con il naso per aria, poiché stava osservando il cielo e le stelle. Avvenne così che non si avvide di un fosso, in cui cadde. Nel fosso udì le risa di una ragazza che lo schernì, ‘prendendolo per scemo’, diremmo noi. Ma Talete stava calcolando ciò che accadde in seguito, quando un anno particolare avrebbe dato un raccolto abbondante di olive. Così, per dimostrare una tantum che non era scemo, e che avrebbe potuto esser ricco, ma che la cosa non gli interessava, essendo lui filosofo, matematico e sapiente, acquistò tutti i frantoi, e quando si dovette produrre l’olio, li affittò e guadagnò una fortuna.
Io sono ben lungi dall’essere Talete, forse Taleggio, però avviene poco fa che cada una penna da un tavolo. Un mio collega era presente e mi schernisce ridendo: <>. La cosa non mi farà diventare ricco, ma codesti lugubri personaggi devono capire qualcosa. Dunque mi sono messo a misurare l’altezza del tavolo. Mi è bastato questo parametro. I risultati sono questi: velocità caduta della penna dal tavolo 4 m/s = 14,4 km/h.
Tempo occorrente alla penna per toccare il pavimento 0,4 s.

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