Vita nella savana

La risibile irrilevanza degli enti, gratuiti, che occupano spazio, ingombranti e insistenti. Inerenza mondana esteriore, sentita come ostacolo al deambulare, all’essere libero in un mondo popolato dall’alterità che vuole imporre la sua sostanza organica alla percezione di terzi. La spiacevolezza di volti attenuata dalla maschera che però aumenta la distanza dalla lettura delle intenzioni dell’altro. Ripugnanza e attrazione. Essere oggetto di desiderio o di repulsione. Preferibile la prima, e non vale l’ipocrita superiorità finta messa
in campo dal desiderato: procura piacere, perché è potere, potere di attrazione. Anche non ci fosse altro, la bellezza basta al mondo e a chi la detiene per esistere in modo rilevante per chi la percepisce, e chi è soggetto della percezione. Tant’è che la cosmesi è il cosmo in cui abitano le speranze della rilevanza e del potere gravitazionale della bellezza. E gli altri? Bruttezza, vecchiaia, o anche invisibilità originaria dettano il programma depressivo e neurale. La propria identità minacciata dalla inferiorità organica reagisce come può. C’è chi usa la cultura e l’intelligenza per accentuare il sentimento della propria importanza agli occhi altrui, non essendoci altro modo; chi il denaro; chi, il più distruttivo, la violenza. Non mi ami? Ti uccido. Sopprimo l’identità riflessa di me stesso che non accetto. Sì uccide per narcisismo, alla fin fine.
È difficile accettare di non essere. Gli atteggiamenti altrui, per esempio all’ospedale, dove si avverte la distanza e la disistima nei confronti dei meno aitanti, prestanti, e di belle fattezze è palpabile più delle proprie membra. Tutto ciò causa ferite narcisistiche più o meno gravi e, come minimo, un sentimento di scarso valore proprio: si ha poi da declamare frasi fatte sulla propria importanza a fronte di un insuccesso fondamentale siffatto!
Mancare di potere è la negazione del possibile, della possibilità, ed è palese che senza possibilità si è già finiti. Soccorre l’amore… di chi? Vogliamo rispetto e stima, che è la base del possibile, del potere essere con altri alla pari; se non è così, si perde già in partenza. Qual è la causa di ciò? Potremmo pensare al fato, alla fortuna, a Dio ecc. La massa dannata innumerevole lo è per questo motivo al nostro tempo: perché non appare adeguata e quindi non appare proprio, se non come inadeguatezza, non rilevanza e, si deduce da quanto precede, di inutilità. Nemmeno essere utile, l’ultimo scoglio della cozza umana, ci avanza. E allora la felicità che tutti cerchiamo la troviamo nell’accettare finalmente la nullità, il non essere, cosa che è una contraddizione in termini, ma l’unica disponibile e reale nella sua irrelatezza logica e semantica.
Dire addio a tutto e tutti; rinunciare al se stessi; ritirarsi nel proprio nulla (impossibile, dal punto di vista eleatico): questa impossibilità diventa l’unica possibilità. E tale scelta obbligata iscritta nelle coordinate della vita, come parabola discendente, trova la tangente della morte a definire la sua posizione, inclinazione e tendenza.
Nella savana c’è il leone e anche la formica. I leoni sono pochi, le formiche tantissime. Così è per l’umanità.

Lascia un commento