Il termine della notte si rinnova; il viaggio circolare riprende da dove era terminato; il cerchio non è mai chiuso.
Nel silenzio, tra il turbinare forsennato degli atomi che calda fanno l’aria e la pelle, secca la gola e la lingua, torpido il volere, esausto lo sforzo, prominente il sonno, quasi andandomi da una banda all’area sbandando come un cadavere richiamato in vita da un rito ancestrale, considero se questo è un uomo o un tacchino arrosto circondato da ingenue patate, ingannate e crudelmente poste ai miei limiti, ormai croccanti, di ciò che una volta era pelle.
Era Apelle, figlio di Apollo, che fece una palla di piume di pollo…
Dardeggia il dio il dì, e fiammanti li strali suoi anco la notte feriscono. Ed essi fanno sì quasi in deliquio cada la mente bollita.
