Pare all’esperienza fenomenica, oggettiva, che all’inizio le informazioni siano piuttosto vaghe e ridondanti: ciò è dovuto ad un approccio non protocollare, privo di metodo, fantasioso, variabilmente ipotetico e tempestoso, confuso e condizionato dai propri limiti conoscitivi, naturali (età), sociali (educazione scolastica, assenza di studi appropriati), di sanità mentale (patologie interessanti il sistema nervoso centrale e periferico, disordini mentali, disturbi contemplati nel Dsm del momento), temporali (impegno gravosi, famigliari, lavorativi, ecc.). Per compensare l’assenza di cognizione adeguata di un ente entra in gioco l’immaginazione, la fantasia, la menzogna, la fabulazione, i discorsi a vanvera, e quant’altro. Ridondanza, pleonasmo, entropia, disordine, indifferenziazione dell’informazione: insomma, ne abbiamo troppa, inutile, vaga, imprecisa. È vero che dal caos nacque l’universo (forse!), dall’indifferenziato il differenziato, ma ciò richiese tempi inimmaginabili, probabilità ignote, caso… Noi non abbiamo come individui tempi geologici in un’esistenza singola, più lunga come specie, certo, ma effimera confronto a quelle delle stelle.
Il lavoro di definizione di un oggetto, dello studio è l’opposto della naturale tendenza entropica dell’energia in generale e di tutto l’universo materiale, che è l’altro aspetto complementare del cosmo di cui siamo parte anche noi. E così dobbiamo procedere dal caos, dalla ridda delle percezioni ed idee tumultuose, dallo stato di confusione alla separazione di ciò che definisce: definire è separare, è tagliare dialetticamente via ciò che non è congruo.
Dunque, c’è molto più da togliere che da mettere in un idea, teoria, fatto, ecc.
