lunedì 26 settembre 2022
Secondo le regole dello scrittore, stabilite dalla scuola degli scrittori compilatori di trattati e manuali sulla scrittura, si dovrebbe evitare l’autocompatimento, come la ripetizione dello stesso termine in in un periodo e, possibilmente, in una stessa pagina. Si dovrebbero evitare, parimenti, periodi troppo lunghi, con molti incisi, relative eccetera. Sennonché, la reiterazione è una possente figura retorica, usitata nella poesia, come nelle anafore; e l’ipotassi uno stile difficile, che, però, offre la misura delle capacità di uno scrittore di non perdere il filo del discorso in mezzo a subordinate, relative, incisi e parentesi eccetera. Così, pare, è raccomandata la paratassi, tipicamente utilizzata dalla cronaca e amata dai giornalisti, ma che io reputo costruzione povera ed elementare.
Per quanto concerne le geremiadi e il patetismo, vogliamo parlare di Leopardi? In sostanza, parecchie sue opere lo erano (è anche vero che di Leopardi ce n’è uno!).
Insomma, se uno scrittore è bravo, può permettersi di scrivere ciò che vuole. Se non lo è, quantomeno starà dicendo la verità su se stesso e la sua esistenza triste.
La vera solitudine non è la mancanza di prossimità fisica con i nostri simili, ma l’assenza della loro presenza mentale o attenzione: si può benissimo stare accanto a una o molte persone e sentirsi soli. Essenzialmente, la solitudine è una condizione soggettiva: ci si percepisce soli, si ha coscienza della propria solitudine. L’altro può essere presente, ma non sempre: prima o poi la condizione della solitudine arriverà.
La soluzione o ricetta per tale malanno (così considerato da molti o quasi tutti) è la presenza a se stessi, che non verrebbe mai a mancare. Il problema è che è difficile essere presenti a se stessi anche fosse solo per un minuto intero. Non ne siamo capaci; troppi pensieri vengono a disturbare; la mente si abita continuamente; vogliamo sempre essere occupati o distratti. Eppure, la sola ricetta efficace è quella: una sola. Se non vi si riesce, la solitudine verrà a farci compagnia con la sua assenza di se stessa, rimandandoci a noi, penosamente.
Fare affidamento su amore e attenzione altrui è aleatorio, perché gli altri diranno anch’essi che si sentono soli e hanno bisogno di amore e attenzione: non se ne esce se non facendo affidamento su se stessi. Questa è la conclusione a cui sono giunto per esperienza personale.

sono dello stesso parere, la solitudine fisica non fa paura, è più deleteria quella mentale, quando ti ritrovi solo tra i tuoi simili. E non c’è amicizia disinteressata che io sappia duratura, per esperienza personale credo che si perda contatto col prossimo quando si diventa inutili per il loro tornaconto o benessere. Triste dirlo ma il miglior amico su cui contare è il nostro riflesso allo specchio
🙏😍