Discorso attorno alla ricerca della Verità

Garanzia e fonte del potere è la divinità, il sovrannaturale, creduto reale o forzati a pensare che lo sia. Dalla notte premagdaleniana agli albori vaghi neolitici fino ai tempi nostri, pur con termini diversi in Occidente o quasi uguali, dove si spara alla ragazzine che protestano per le loro coetanee ammazzate a bastonate per un ciuffo di peli del cuoio capelluto fuori posto, i termini, i principi, l’archè, non è cambiato sostanzialmente e arcaicamente.
Siamo tutti ancora sulla stessa arca, che non conduce a nessuna salvezza, perché l’illusione la impedisce. Almeno l’India vedica poneva una pletora di divinità e ne divideva così il potere, e l’uomo poteva imperare in tale divisione, perché l’Assoluto che avrebbe potuto sapere di monoteismo andava a coincidere, alla fine, con se stesso, con l’Uomo stesso. Eppure anche questa formula potremmo ritrovarla nella religione cristiana, ma non ci facciamo caso. È il Dio nascosto che accenna Cusano; e Socrate prima di lui. Chi lo nasconde? L’ignoranza. Maya. L’illusione. Chi lo rivela? L’illuminazione.
Cosa siamo noi? Socrate, Buddha e Cristo erano sostanzialmente medici. Indicata la malattia, ecco la cura. Osserviamo noi stessi. Cosa siamo? Ecco presentarsi subito un corpo in carne ed ossa, e dietro ad esso un fantasma. Studiamo quel corpo. Le cellule neurali che compongono i tessuti dell’organo encefalico giacciono nell’unica sostanza non vivente (non cellulare) chiamata ‘matrice’ o ‘matrix’, se si vuole darle un nome inquietante. La fonte delle elaborazioni della realtà esterna e interna contenuta nella scatola metafisica di durezza talvolta notevole è una cosa concreta, fisica, anatomica, fisiologica. Noi siamo questa natura essenzialmente anatomica è fisiologica che sostiene la nostra vita. La sua sanità fisica e sanità mentale rendono la nostra vita non così disdicevole; la sua tendenza innata alla patologia, non fosse che per lenta consunzione, è invece origine delle nostre doglianze. Oltre a ciò, la natura desiderante che ci accompagna ci rende instabili nella nostra pelle, che troviamo troppo stretta, e da questo deriva molta illusione, la famigerata Maya, e relativa delusione, amarezza, sofferenza per i limiti che non accettiamo, come se rifiutassimo la nostra condizione umana e corporea. Il fantasma si agita. Soffre e geme, e nella notte scuote le catene e urla, e sono spaventi e orrori, e male e terrore. Ogni inquietudine esso nutre: vorremmo essere Dio, puro In-sé. Siamo invece veramente il Sé. È quell’Assoluto discreto e nascosto che si pone oltre tutto e immanente in modo ineffabile. Nel frattempo che ci sfugge, perché non siamo noi, non sono io, ma la Realtà dietro essi, possiamo stare tranquilli: possiamo cercare di non inquietarci, di non farci tirare di qui e di là, fare silenzio, trovare la calma e la pace, noi stessi, e quel Paradiso o Nirvana o Sé, ossia la Verità e Realtà. E io vi dico che si può, anche solo per un momento, assaporarla.

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