La logica del nyaya

Ai tempi delle dispute fra i brahmani, gli Arya (che includono anche gli ksatrya e i vaisya), cioè i ’nobili’, discendenti dai popoli che abitavano le aree caucasiche e caspiane, fra il mar Nero ed il Caspio, mossisi con gli armenti a seguito, nomade vita conducendo per un certo tempo, e finalmente stanziatisi in India, nella parte nord del Paese, e dopo molti secoli, attraversando la foresta, procedendo anche verso sud, definitivamente residenti, amavano argomentare con tecniche di logica che solo a quelle che insegnava Aristotele potevano essere paragonate, con la differenza che queste ardue dispute condotte in antico vedico, idioma precedente il sanscrito, prevedevano per il perdente la decapitazione. Nelle ”Dodici storie dello svetala” si propongono per mano di Somadevadatta alcuni esempi, in cui lo svetala, creatura ultraterrena notturna, che abita i cimiteri indiani con le sue pire sempre accese, una sorta di vampiro, esamina uno dei personaggi, minacciandolo dell’esplosione della testa nel caso in cui non sapesse rispondere.
Il nyaya, poi unito con il vaisheshika di Kanada, è uno dei sei darshana che propone la via della razionalità e della logica per l’autorealizzazione, ben differente dal samkhya di Isvarakrishna, e dagli altri darshana, che però tengono tutti conto dei Veda e dei commenti ad essi delle Upanishad. È una logica raffinatissima, creduta quasi fino ai nostri tempi importata dalla Grecia di Aristotele: ma così non è; si pensi alla Matematica: pare che nacque proprio in India.

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