Se ‘esistenza’ significa ‘cosa che effettivamente accade’, che c’è sul piano ontologico, ed una cosa è esistente, allora essa effettivamente accade sul piano ontologico, e se questo accadere è la verità, allora ‘esistenza’ è la verità. Da ciò si deduce che il piano eistenziale, di ciò che c’è effettivamente, inerisce alla verità. E questo è quello che dice anche la logica jaina, a ben vedere, e un po’ tutta quella indiana, la nyaya-viasheshika, che sono molto aderenti alla concretezza del mondo, inaspettatamente, come il darshana lokayata, mondano-materialista e atomista asseriscono, veduta di cui poco si parla. Eppure, il jaina stesso, cui aderì Ghandi, era a prima vista ateo. D’altro canto, il rapporto col pantheon indiano è ben diverso da quello monoteista.
Quel che rileva e che si evince, è che l’esistenza, cioè la verità, sono entrambi termini che definiscono la realtà definibile, sensoriale e sul piano gnoseologico e logico. È vero quanto esiste perché è logicamente vero che la sua esistenza non comporta contraddizioni inerenti il suo stato, ed è vero logicamente quando è realmente esistente. Non c’è res extensa e res cogitans separate tra loro. C’è unica realtà compresa dalla mente quando si libera dalle illusioni e due piani, materiale è logico o mentale, che si verificano vicendevolmente. Ma bisogna ricordare che esiste relativamente anche la negazione di quanto esiste realmente, cioè: determinatio negatio est. Io esisto ma non sono lui. Compenetrazione tra i due piani, materiale ed esistemziale e logico, dialetticamente, per giungere ad una sintesi logica e veritativa superiori che derivano da questo processo. E tutta questa dinamica onnipervadente coinvolge il cosmo intero, ogni realtà, e in quanto tale, ogni realtà futura che ne deriva, e di cui si potrebbe sapere onniscientemente, quindi eternamente, tutto, compresi i pensieri delle menti umane, come asseriva Mahvira, antico maestro jaina e forse massimo caposcuola o il più famoso, vivente ai tempi di Buddha e talvolta scambiato con lui.
