Il Capo e il Popolo: riflessioni sugli algoritmi della demagogia

Gli estremi si richiedono gli uni gli altri: ad una chiamata rivolta al popolo, come pluralità amorfa, risponde il signore, il tiranno, il monarca, esito estremo di una visione democratica che non è più demarchia, ma acclamazione diretta del capo, talvolta monarca, talaltra presidente, nelle repubbliche democratiche, che si declina come “presidenzialismo”: una faccia, un nome, un essere umano che da solo dovrebbe risolvere tutti i problemi, cosa che avviene di rado, e semmai li moltiplica. Un individuo che dovrebbe assommare in se stesso tutta la capacità politica necessaria a condurre uno stato. Così il pluralismo che necessità di libertà, che tende verso la dimensione libertaria, viene allontanato sempre più come pericolo per l’apparato statale, il cui pluralismo è definito dalla burocrazia, dall’insieme meccanico che sostiene l’Unico, e la sua proprietà, che non è quella di cui parlava Stirner, bensì quella che coinvolge la cosa pubblica, e coloro cui appartiene, il popolo plaudente, che vuole il nome, il satrapo, il demagogo, Il duce, il nome del signore, per accorciare le distanze, personalizzare il potere, come il commercio tende oggi, personalizzando gli algoritmi, individualizzando i prodotti, che però sono gli stessi per tutti, in fondo, in quanto la personalizzazione è solo quella dei gusti, non delle merci, apparentemente diversificate solo nei nomi e nel packaging. Sotto esso, sotto la confezione, c’è sempre e solo un essere umano che viene gonfiato ed esaltato a dismisura per non far notare quanto sia nudo e crudo.

Lascia un commento