Libertà, questa sconosciuta

Siamo ripieni di pensiero operativo, o meglio, performativo: ci insegnano come fare questo o quello sin da quando nasciamo. La stessa cosa facciamo con le macchine che ci servono e gli animali domestici. I computer sono tutti sistemi di pensiero performativo-operazionale. Fare calcoli significa come sapere farli, prima di tutto, con quali regole. Potrebbe anche andare bene… se non che ci si abitua ad obbedire a schemi e regole inconsciamente, e questo non è cosa buona. Perché? Perché non riusciamo nemmeno più a concepire cosa sia essere liberi o aspirare, almeno, ad esserlo. Perché le cose vanno fatte così per necessità, in quanto performano, sono efficienti così, sono utili così. È l’esigenza tecnica che lo richiede. E così, piano piano, ci si abitua a non fare altro. Nessuno che ci abbia detto come non fare, come non obbedire, come rifiutare, come opporsi.
Sembra assurdo, però, effettivamente, come si può fare il non fare? Dobbiamo sempre fare qualcosa, essere sempre indaffarati, e così perdiamo la grazia, la bontà, la comprensione, tutti, me compreso. Avvolti da un’atmosfera di esigenze esterne, obblighi e doveri in cui siamo inviluppati e prigionieri a partire dalla nostra stessa mente. E se c’è rivolta nell’aria, allora chi la compie diventa subito terrorista e nemico dello Stato. Lo Stato richiede obbedienza per la sicurezza e l’ordine, obbedienza di pecore, che si lascino tosare e macellare senza fiatare e paghino anche chi così fa.
La libertà non la conosciamo perché non l’abbiamo mai vissuta di persona: quel che facciamo non l’abbiamo mai scelto e nessun governo significa libertà; al massimo è una democrazia, nome che diamo a ciò che ci hanno insegnato a concepire come qualcosa che è sinonimo di libertà. Una libertà imposta, anche questa, così come si nasce in una monarchia o teocrazia: l’hai scelta tu? Ti ribelli? Sei terrorista, sei cattivo…

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