C’è un luogo sempre più virtuale che concentra vieppiù le possibilità di scambio. Le possibilità o potenze dell’acquisto si accumulano nelle mani di pochi. Il segno che avverte l’istituzione in cui avviene lo scambio è il denaro; il processo ha inizio allorquando la potenza si traduce in atto.
Mano a mano cresce la concentrazione delle merci da un lato e dall’altro il segno aumenta; ma esso si disperde per i vari venditori, che avranno sempre meno da presentare come controparte in merce; e saranno sempre meno abili, ovvero impotenti a tradurre in atto il processo opposto, fino a quando tutta la disponibilità di entità atte allo scambio, siano beni o denaro, non saranno passate tutte in un sol luogo.
Chi non ha più parte nella transazione esce dal mercato. A questo punto se ne formano altri: mercati poveri, in cui si scambiano beni senza mediazione del segno del denaro. Mercato sconsacrato e non più benedetto nel suo nome, quello della valuta. Sicché resta solo una cosa da scambiare: l’essere, che però non è più qualcosa. Io scambio o dono me stesso: ma ‘me stesso’ è tutto per me, e quando tutto è scambiato non c’è più mercato. Così viene decretata la fine del mercato, in cui solo ciò che appare, la cosa, viene coinvolta mentre l’essere non ne è coinvolto. Ciò significa che il mercato è illusione, e la vera ricchezza sta altrove. Quindi i ricchi non sono ricchi e i poveri non sono poveri, bensì vittime dello stesso miraggio.
