“Che cos’è la qualità?” (PIrsig, “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”). Due risposte: la prima risponde platonicamente che è il predicato, ossia l’idea, che viene attribuita ad un oggetto che ne partecipa in misura maggiore o minore. In quanto idea pura, esiste pienamente e veramente in un mondo altro, quindi non possiamo sapere cosa essa sia, a meno che non aiuti l’anamnesi e che riemerga la reminiscenza dell’idea-qualità che conoscemmo nel mondo iperuranio; la seconda risponde aristotelicamente che non esiste la qualità o il predicato senza la sostanza o substrato cui si riferisce. Quindi possiamo conoscere la qualità estraendola concettualmente da un soggetto cui inerisce. Non è un ente separato a se stante, bensì un concetto o ente di pensiero, che ritroviamo proiettato sulle cose di cui è proprietà, e senza le quali non sussiste; ma così il mondo diventa una fantasmagorica messinscena, un sogno, un’allucinazione che esiste solo nella nostra mente (esito moderno relativistico). Il pensiero deve pensare qualcosa di vero epistemologicamente ed esterno a se stesso, a cui si riferisce, pena l’incomprensibilità per mancanza di riferimenti, che sarebbero necessari e veri riferiti ad oggetti veri, stabili, non fluttuanti e sfuggenti. La “qualità” è la visione dell cose così come sono, della realtà così com’è, risultato di uno stato di illuminazione o “satori” che le rende pienamente se stesse, reali e vere. Non un pensiero, ma la sua assenza, piuttosto, percepita nello stato di profonda meditazione che equivale a satori o alla moksa buddistica. Perciò, la qualità è qualcosa che conoscono in pochi, questo è certo, e che scaturisce sia da dentro di noi sia separata da noi allo steso tempo;
svelamento, concesso da se stesso e pur tuttavia intuibile da noi nelle corrette condizioni interiori, dico io.
