Sull’esistenza (possibilmente serena)

Essere o non essere non è una disgiunzione esclusiva, bensì inclusiva. Lo dimostrerò. Se con ‘essere’
intendo il ‘vivente’, e con ‘non essere’ l’opposto, come appare, dovrei usare una proposizione con connettivo disgiuntivo forte, che mi darà in entrata uno solo dei valori richiesti per essere vera; quindi l’un termine della proposizione esclude l’altro, ma è così? Come sappiamo, i contrari possono essere veri solo parzialmente: o è uno o è l’altro, tertium non datur. È anche vero che possono essere entrambi falsi.
Se la nascita di un ente organico lo classifica come vivente da quel momento
(respira, si muove, cresce, o comunque sia, acquisisce e trasforma materiale dall’ambiente esterno), è pur vero che da quel momento sarà pure morente, almeno potenzialmente, ogni istante delle sua esistenza. Non potendo riferire due predicati opposti allo stesso soggetto, saranno da considerare incongrui, aporetoci entrambi, ovvero non spiegheranno o definiranno ciò di cui dovrebbero essere proprietà. Siccome, però, non abbiamo altri termini per definire un’entità o individuo organico, allora o non sappiamo cosa sia la vita e la morte, non potendole distinguere, oppure saranno la stessa identica cosa, come Venere, “stella del mattino” e “stella della sera”.
Stando così l’argomento, potrei dire che conosciamo l’esistenza perché la viviamo al di là di ogni definizione e argomento, e non sapendo altro, dovremmo smetterla di preoccuparci della morte e anche della vita. Esistere, come un fiore, finché c’è, come una nuvola, un’onda…

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