Non è tanto la macchina il pericolo per l’umanità, come paventato da alcuni, sia per scherzo o seriamente, che sian bufale o innocenti agnelli, ma è il criterio unico e assoluto dell’utilità derivato dall’utilitarismo, in primis, una delle filosofie del positivismo preso troppo alla larga, poi travasato nel concetto universale dell’efficienza, guida unica e occhio polifemico onniveggente del sapere tecnico onnipervadente che inaugura l’era della tecnocrazia, unica soluzione e prassi contemporanea. Le macchine o i robot, gli androidi, ecc., ne saranno solo l’epifenomeno, la risultante apparente incarnata, anzi, metallizzata e plastificata dell’idea unica, già inaugurata da Platone millenni fa, e mitologizzata con la narrazione del dono di Prometeo all’Uomo. Tutto inizia col fuoco. Fuoco che trasforma gli alimenti, e con i primi strumenti per la caccia. Da qui alla categorizzazione pragmatista imperante sono pochi passi.
Eppure, vi invito a riflettere, se osserviamo sia la natura terrestre che quella del cosmo, noteremo la presenza innumerevole di enti che appaiono ridondanti, pleonastici, eccessivi: a che prò tutta questa abbondanza di vita sulla Terra e quella immensa forza ed energia nell’universo, che noi diremmo “sprecata”? E a che prò la musica? l’amore? l’arte? È davvero riempendo ogni interstizio e fessura dell’essere di cose e strumenti, e pensare tutto come efficienza (forse perché produce ricchezza?), che realizziamo il meglio per noi tutti e per la nostra vita individua?
Il vero problema dei problemi è che ci consideriamo mancanti e bisognosi, sempre, e ciò inculca la paura, che è assente negli altri esseri viventi. La loro paura è circostanziata a eventi puntuali, non generalizzata ed esistenziale come la nostra.
Il vero problema dei problemi è che ci consideriamo mancanti e bisognosi, sempre, e ciò inculca la paura, che è assente negli altri esseri viventi. La loro paura è circostanziata a eventi puntuali, non generalizzata ed esistenziale come la nostra.
