L’unica maniera per salvare Dio (ma non è Lui quello che dovrebbe salvarci?) è considerare il bene come male ed il male come bene. Se penso che la vita sia un bene, allora non lo è, evidentemente, perché è piena di paure, sconforto, ansia, tribolazioni, angoscia, dolori; e se non è così, comunque finisce, e che bene è? Impermanente, transitorio, contingente, di poco valore, insomma. Dura di più un albero, se non lo so taglia, tanto per rilevare una differenza in termini di vita umana e vegetale. Ma se la vita equivale ad essere o esistere – se non vogliamo sottilizzare troppo -, allora essere è un male, ed esistere altrettanto, se è un suo sinonimo. E allora tutto è male, perché tutto ciò che c’è è incluso nella categoria dell’essere, anche il Bene, nonostante Platone: se il bene non c’è, che bene è? O se esiste in se e per se stesso, separato, assoluto, a noi che ci importa? Tanto piacere! Dio è il vero essere, e noi non siamo, come suggerisce il Suo nome stesso (“Io sono colui che è”). E quindi o siamo anche noi Dio, e allora va tutto bene, e stiamo solo avendo dei brutti sogni, o è meglio gettare Dio nella immondizia come ciarpame inutile. Dobbiamo quindi pensare che tutto ciò che viviamo e siamo sia illusione, un crudele inganno di un genio malvagio, e basta, concetto che non viene tolto cartesianamente ponendo il pensiero di Dio (ente perfetto o idea della perfezione) e lasciando questo schifo che si chiama vita. Oppure ancora, dobbiamo considerare che tutto questo essere nostro che siamo e di cui partecipiamo è comunque un bene, il maggior bene possibile, e che quindi questo mondo sia il migliore: ma è controintuitivo, mi pare. Ci si sposta decisamente verso certe vedute o darshan orientali, abbastanza incompatibili con il nostro stile di vita occidentale. E devo qui chiudere il discorso sul piano razionale, e lasciare altro ad altri.
