Subito Indica l’ora, l’adesso che contrae e attualizza un tempo anteriore qualsivoglia rendendolo disponibile immediatamente.
Noi viviamo nel tempo del “subito” in cui operazioni che richiedono tempo si contraggono grazie alla capacità di calcolo di un calcolatore elettronico, che mi rende pronto, immediatamente, un processo, un risultato; ma questo “risultato” richiama tutto ciò che lo ha reso pronto per me dopo aver inserito i dati da calcolare, i quali possono aver richiesto tempo assai lunghi per la loro elaborazione, e ancora più lunghi per la loro scoperta.
Noi dimentichiamo tutto quello che passa come tempo che compone il risultato prima del risultato stesso. Ci siamo abituati ad avere subito pronte le informazioni che avevamo richieste al web. È un processo istantaneo, quasi ostativo, alla-mano, che assomma in se e rende vivibile l’effetto di un processo. L’effetto è sempre immediato: non appena accade è constatato subito. È lì davanti a me, come una catena montuosa o una stella, che però ci hanno messo ere intere a presentarsi pronte al mio volto.
Così, la risultante, l’effetto, il fatto, il fenomeno, l’apparire, il presente concentra in se stesso tutto il tempo, le cause e la storia di un’apparenza, di un fenomeno; la memoria crea il tempo che fu ante del fatto; prima del presente in atto ci fu l’antefatto, nascosto, non apparente, che si manifesta col tempo, come il futuro, che è il passato, la causa che avverrà, e si nasconderà, dell’evento che deve ancora darsi. Il passato del processo che forma il risultato finale è anticipato nel futuro, presente a me, che contemplo le cause e le vedo quando ancora non ci sono, e non le vedo quando sono state già.
Questo sovvertimento che è una palese contraddizione è la più reale delle realtà: l’ancora da venire e inesistente è quanto di più palese e presente si possa recare presso di me, e manifesta, infesta e ostende la sua realtà non fenomenica nella mente, che però è la sola a cogliere la realtà di un fenomeno, in quanto ne abbraccia le cause e ne riconosce l’effetto per mezzo della memoria che si estende anche al futuro, colorandolo di sé , rendendolo pregno del passato, mentre il futuro farà nascere l’evento, che sarà opaco in se stesso e e tanto più impenetrabile quanto più di subito avrà il carattere.
Così, tra tutti questi subiti invisibili ma presenti come spettri, la realtà diventa fittizia o appena appare scompare lasciando il risultato a testimoniare il suo passaggio. Tutto ciò che richiede il tempo nega il tempo stesso e siccome il tempo è legato allo spazio, e nello spazio ci sono le cose, scompaiono anche esse, le persone, e le relazioni che si creano tra di esse. Tutto ciò indica il vuoto come realtà e lo stato mentale vuoto come corrispondente forma amorfa, mera presenza intellegibile potenziale, che richiede il non essere qui adesso della causa per capirla e vederla al di là della sua manifestazione cieca. In poche parole, la realtà presente, che non considera le cause della sua presenza come risultante, effettività, fenomeno inintelligibile, se non come apparenza efficiente e pratica, tecnicamente, e che sembrerebbe quanto di più lontano da istanze fideistiche e mistiche, fatto terreno e concreto, tanto esaltato ai giorni nostri, e allo stesso tempo quanto di più religioso possa essere espresso dall’ umanità, poiché richiede il mero assenso, la fiducia nel mero risultato, e lascia all’infedele, al demonico, la ricerca e la verifica del risultato, il rintracciamento delle cause non manifeste dell’evento. Qui, la forma vuota senza nome deve corrispondere al vuoto della mente che concede l’accoglienza alla cosa spazio-temporale creduta, vera in quanto percepita qui innanzi a me, reale, ma solo se rimanda alle cause che la costituiscono, le quali sarebbero vere anche senza effetto, così come le nuvole sono vere nuvole anche se non producono pioggia. Il risultato vero è quello dell’equazione calcolata precisamente, anche se può essere vero quello dato presentemente senza aver compiuto alcun calcolo, ossia senza aver considerato il tempo, che è la dimensione della matematica da cui il risultato-presente emerge come immagine istantanea di un processo la cui storia non viene considerata come essenziale, e non richiesta, cosa che, a ben considerare, è il suicidio della ragione e della scienza stessa che si offre in sacrificio alla fede, rinunciando a se stessa. Ma non sarà questa, forse, l’unica dote richiesta a noi umani nell’era della Macchina, o l’unico sacrificio e croce, morire per le nostre creature meccaniche ed elettroniche e la loro gloria? Non doveva venire l’uomo nuovo, l’oltreuomo? Eccolo! Non è umano? È nostra creatura, e ci ha superati, o sta per farlo: ecce homo, anzi: ecco il superuomo!
