Sul nichilismo

Dopo gli esiti dell’analitica trascendentale kantiana, che descrisse il pomerio della nostra conoscenza, non poteva non riapparire in seno alla filosofia un certo pensiero scettico antico che prese il nome di ‘nichilismo’, che nacque proprio in Germania, all’indomani delle indagini sul kantiano limite gnoseologico della nostra mente. Niente di apocalittico, se non il primo vagito, o secondo, della negazione della conoscenza assoluta (pleonastica, dacché “assoluto” è ‘assolto’, ‘ineffabile’, fuori dalla nostra portata) e della posizione della relatività come modalità gnoseologica possibile: anzi, la sua nascita fu l’esito è l’inizio di due epoche: rispettivamente, antico-medievale e contemporaneo-industrial-scientifico. La
Scienza richiede tale atteggiamento per procedere, dacché le gambe su cui cammina sono quelle della Tecnica, che è l’effige del nichilismo, insito anche nelle procedure economiche e prodottive capitalistiche, che necessitano di innovare e distruggere quanto appena conseguito per vendere nuove merci.
L’Assoluto l’abbiamo abbandonato sul ciglio della strada del relativismo: Dio non è morto, ma abbandonato e perso; nessuno lo cerca, perché a nessuno interessa più niente di lui. È stato sostituito da miriadi di cose che fanno il nostro paradiso-cuccagna, in cui camminiamo distratti e inebetiti.

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