Io, robot

Sapere certo non è dato sul piano empirico e scientifico, bensì probabile, anche se con uno scarto minimo di dubbio, e a differenza della verità assoluta, che in quanto tale, non è conoscibile, stando all’analisi del termine stesso, che indica la sua ineffabilità e distanza incolmabile dalla dimensione umana e temporale dello scibile.
È forse un male questo per la nostra ricerca della verità o è piuttosto la condizione della ricerca stessa e dello svelamento progressivo del sapere certo e vero? Mi sembra di poter optare per questa condizione, in quanto umano ed essere storico e transeunte, se non del tutto contingente. Se così non fosse, allora dovrei poter accedere all’altro genere di conoscenza, e quindi dovrei essere tutt’uno con l’assoluto e possedere la certezza assoluta della verità. Al momento, non ne dispongo, e chi dice di disporne lo asserisce in base alle sue credenze e per fede. È forse la fede conoscenza o non piuttosto credere di avere la conoscenza, quella trasmessa da un libro che parla di un’entità che la possiede, che sarebbe l’assoluto stesso? Ma se è vero che non è possibile un contatto tra le due dimensioni, temporale e atemporale, come lo si può asserire se non sulla base della fede stessa? Ma essendo questa una petizione di principio e anche una violazione del principio di non contraddizione, da essere razionale, e che segue la sua natura razionale, non posso accettare una fallacia logica così grave. Sarò anche un robot forse, ma non mi è dato di operare fuori dal mio software nativo. La conclusione è che non posso accettare argomenti così scadenti, che lascerò volentieri a chi vorrà prestare loro tutta la fede del mondo.

Lascia un commento