Noi non siamo liberi: la nostra libertà è condizionata, limitata, controllata, vigilata, regolata, permessa, concessa.
Eppure nutriamo un anelito esagerato di libertà. Esagerato per i benpensanti, i sottomessi alle regole, gli ipocriti e gli invidiosi che vorrebbero rinchiudere chi osa laddove essi non muovono un sol passo verso la liberazione; una liberazione interiore totale che ha effetti totali sulla totalità della vita.
Quelli sottomettono la loro libertà al giudizio di entità superiori che hanno essi stessi create, siano esse leggi o divinità, lo Stato o la Chiesa, il tempio, la sinagoga, la moschea, ecc. Così facendo, condizionano la libertà e la fanno ricadere in ceppi umani che hanno mani e piedi e occhi divini e onniscienti, che tutto sanno e controllano.
L’unica regola della libertà è negativa: non limitare la libertà altrui, da cui scende che non bisogna danneggiare necessariamente gli altri, come non si vuole essere danneggiati. Non è una legge ma semplicemente ragionevolezza e necessità intrinseca. Del resto ce ne possiamo liberare, di un inutile e triste fardello che viene predicato essere per il nostro bene, ma in realtà è solo per il bene di chi vuole limitare altri attraverso un potere di cui è stato malauguratamente investito o che si è attribuito.
Se proprio ci si deve identificare con qualche forma di potere che circoscrive la propria libertà, allora perché non essere quel potere stesso supremo, assoluto, ossia incondizionato, da cui tutto deriva? Perché mon riconoscere che Atman è Brahman, o il Sé privo di legami, assolto e comprendere che il bene che si compie lo si fa a se stessi, perché Uno è Esso, consustanziale a tutti, ovvero che tutti noi siamo Uno?
Questa io chiamo libertà vera, che avrà immediatamente risvolti pragmatici qui, perché un entità simile non può altro che rispettare se stessa, cioè rispettare tutti sopra ogni altra cosa.
