Realtà e illusione

La tecnica è un criterio di verifica dell’esperienza, del fenomeno e della realtà come appare secondo l’altro criterio epistemologico: la scienza. Siccome si creò un dissidio tra ragione ed esperienza sin dai tempi eleatici, e non si poteva dissolvere facilmente nonostante i tentativi di evitare del tutto l’antitesi insanabile, la frattura tra res extensa e res cogitans, posti in essere dalla sofistica e dalla scepsi, il divenire non venne negato, poiché era impossibile non ammetterlo, anche se il sospetto dell’illusorietà della realtà permaneva, e quindi si giunse a costruire la realtà, costringendola ad emergere dall’Essere ineffabile, a rispondere alle domande della scienza, che le anticipava nelle sue ipotesi. Così i fenomeni ovvero la Natura compiacente, prakriti, Maya, rappresentava se stessa alla coscienza umana, come la mente stessa prevedeva. Da qui a giungere alla svolta pragmatista era breve il passo: il criterio aggiuntivo era l’efficacia, l’uso, l’utilità, la manipolabilità della natura: se qualcosa funzionava, allora era reale quanto bastava. Fino a che la meccanica e la fisica quantistica non si imbatterono nella duplice natura ondulatoria e corpuscolare della luce, cioè dei fotoni e delle suboarticelle atomiche, e dell’indeterminazione dell’elettore, che piegava alla probabilità (pur altissima) la certezza precedente positivista. Da allora, se è probabile che la realtà stia in un modo, è anche possibile che stia in un altro.
Proprio la luce, emblema della verità divina, sfuggiva alla conoscenza: ciò che ci permette di vedere e conoscere non ci permette di conoscerla. Un problema serio da oltre un secolo. Una sorta di soggettività olltre la nostra soggettività e quindi l impossibilità di definire il mondo come totalmente oggettivo. Ma se non c’è più certezza ontologica circa la posizione di soggetto fruitore dei fenomeni, testimone, e oggetto, ma entrambi sono in un certo senso soggettivi, dove inizia e finisce la nostra conoscenza: che cosa sappiamo davvero di sapere?

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