L’accusa di complottismo sembra avere lo stesso valore stigmatizzante che un tempo infelice ebbe quello di disfattismo. Cosa hanno di affine? La generalizzazione indiscriminata che cade su chiunque non segue le regole “ministeriali”, su chi si pone in modo critico e un tantino scettico nei confronti delle verità propagandate dalle istituzioni. Immediatamente costui diventa ignorante, e poi, a seconda, fascista o l’opposto, oppure marziano o, comunque, un nemico o, più ipocritamente, un “disinformato”. Se è vero che ci sono quelli che “non stanno bene” o cercano la notorietà del loro quarto d’ora facendo rumore, è anche vero che se si sono rivelate errate teorie antiche di millenni, come quella tolemaica o geocentrica, considerate verità inoppugnabili,
sacralizzate, riverite, rese gloriose per la loro vetustà, credute da tutti e più istituzionalizzate dello Stato stesso, possono benissimo essere erronee anche le odierne propagande sostenute da media ed esperti allineati. Non bastano i dati imparati in aula e nel libri quando si tratta di argomentare, bensì occorre avere un argomento convincente, formalmente ineccepibile, cioè logico, perché non a tutti piace essere pedissequi e omologati, fedeli alla linea ufficiale, per il comodo proprio, s’intende, e meri funzionari della propaganda demagogica calata dall’alto, nuovo fenomeno possibile grazie alle nuove tecniche di comunicazione e agli intellettuali da cattedra, poltrona e televisione.
