Comune fenomeno che colpisce gli esseri viventi è il dolore, quasi monito a ricordare a tutti coloro che ne fanno parte della sua conseguenza, necessaria e ineluttabile: essere mortali.
Giunge il momento per l’individuo elemento dell’insieme più ampio (la mortalità) di trarre deduzioni simili alla mia, sia pure formalmente espresse, come: “Se sono vivente, allora sono mortale”. In un’inferenza siffatta, sia pure in forma d’implicazione materiale, il conseguente deve essere sempre vero affinché sia vera l’inferenza (e valida, ovviamente).
D’altro canto, giova dimostrare (per assurdo, procedura vetusta della logica vetus), che un sillogismo quale:
tutti gli uomini sono viventi;
Socrate è un uomo;
Socrate è vivente;” renderebbe chiarissimo cosa è vero, e necessariamente fondata l’inclusione dell’insieme “vivente” in quello più generale “mortale”. Quest’ultimo, ha una maggiore estensione.
Non volendo trarre guai, lai e suon di mani con elle, cedendo a geremiadi, lamentazioni e maledizioni, rischiando di ricadere nell’umano, troppo umano, e constatando quanto sia diffusa tale esperienza, e memore della raccomandazione di sedicenti esperti di scrittura creativa (e non), di non essere patetici e di mantenere un tono distaccato e addirittura quasi ilare (che tanto va di di moda in certi social network), credo di essermi attenuto degnamente e, oserei affermare, algidamente, persino, alla regola testè citata raccomandata dagli esperti manualisti, e con grazia e leggiadria, vi saluto e vado via (non si fanno rime, ma è licenza poetica che mi attribuisco), e lascio intender a chi abbia cuore e umanità che cosa stiano sussurrando tra le righe le mie parole.

Questo è un testo che invita a riflettere sulla condizione umana, sull’inevitabilità della morte, ma senza cadere nel lamento o nel dramma, bensì con un elegante distacco.
Ci ho provato, e l’ho trattato quasi con le pinze senza far appello a strumenti retorici, o quasi, in maniera sorniona. Ti ringrazio, hai colto nel segno.