Dell’economia e del reddito ecc.

Si parla sempre di redistribuzione del reddito (ne parlano tutti gli economisti): però non dicono come farlo o non l’ho sentito io, forse. Un’idea ci sarebbe, e semplicissima: non le tasse, che andranno a gravare sempre su quelli che le pagano, ipercontrollati da tutte le agenzie di riscossione dei tributi (o del pizzo), bensì una diminuzione del divario delle retribuzioni. È ovvio che se guadagno dieci euro all’ora e arriva Peppino, il tubista, YouTuber idraulico, un essere superiore, che si degna di venire a riparare il mio rubinetto, e solo per uscire mi chiede cento euro (come se fosse possibile andare a riparare qualcosa altrove senza uscire da qualche luogo e muoversi per entrare in un altro, che non sia tra le gambe di qualche massaia – sogno di ogni

tubista – e fosse un lavoro da fare sulla scrivania il loro!), ritrovandomi con un troglodita che fa paura solo a guardarlo, le cose non possono funzionare, e soprattutto non vanno perché lor signori non amano le fatture. Non posso lavorare due giorni per pagare un’ora di lavoro di un individuo con cui normalmente non vorrei nemmeno bere il caffè. Ma le cose non vanno meglio con gli aristocratici che fanno altri mestieri: o medici, per esempio. Ho capito che avete studiato per il vostro lavoro, ma magari anche io, e dal punto di vista culturale, poi, ce la dovremmo giocare bene, e vale anche per altri (ho conosciuto operai laureati e coltissimi!), ma non mi puoi far pagare l’ammontare di un appartamento per le tue cure mediche, e se le deve pagare lo Stato, cioè sempre io e gli altri pirla, ci credo che abbiamo deficit, spesa pubblica elevata!

E che diavolo! Quanto vuoi per il tuo lavoro? Come te lo paghiamo, noi poveri barboni lavoratori? Ecco, questo è il problema del sistema capitalistico: crea disuguaglianze insanabili, reali, materiali, impossibili da sostenere, e poi è ovvio che la gente sia incazzata, depressa, e se la prenda con questo o quello a vanvera, impazzendo. No! È il sistema che non va, e lo Stato lo mantiene così; il nostro sistema liberistico che non ci permette di vivere degnamente.

Persino i filosofi antichi, quelli che riponevano la felicità nella contemplazione e conoscenza, nella razionalità, e dico di

Aristotele, il maggiore, credo, tra tutti, dicevano che occorre anche vita sociale (amicizie), una certa ricchezza. Verificate se dico baggianate.

Un sistema sociale ed economico che ti fa morire povero e disperato (mi viene in mente Vincent van Gogh), e poi dopo morto valuta non te ma quello che hai fatto a prezzi accessibili solo ai sultani mi pare una gran minchiata.

Come? Ero un barbone che nemmeno guardavi, e adesso il mio quadro lo compri arrivando a pagare miliardi? Che senso ha? Chi lo ha dipinto quel quadro? Questa è alienazione umana!

Certo, “i ricchi fanno girare l’economia”, ma quale e dove? Arricchiscono altri? Quanta gente lavora e non riesce a mantenersi nemmeno lavorando? Eppure ci sono persone – e tante – che giustificano delle assurdità simili! Dove sarebbe il bene collettivo, quello propagandato dai tempi dei tempi da tutti i politici, sofisti, filosofi, giuristi ecc.? Dove sarebbe la sinistra e chi lo sarebbe, se non ha un occhio critico e parte dalle basi minime su cui sto riflettendo? Chi parla così, e parte da queste considerazioni, vuole il bene collettivo davvero, non un’effimera libertà di pensiero e parola (neanche quella!), ed un’eguaglianza effettiva, concreta, materiale, economica, REALE, si possa poi chiamare come vuole il suo club, partito, idea, movimento di riferimento.

Tutti dobbiamo vivere qui, e bene, e non da cani pestati.

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