Si fallor sum

“Si Fallor Sum”, (‘se mi inganno, esisto’). Milleduecento anni prima di Cartesio, almeno questa verità la centra Agostino, ma prendendo ispirazione dal ripiego su di sé neoplatonico. La certezza fondamentale è interiore, la verità prima. Innegabile.

Siccome tendiamo con la volontà a ciò che riteniamo buono (pondus meus amor meum), come ogni corpo tende a collocarsi nel luogo che gli è proprio, aristotelicamente, allora ci dirigiamo solo verso ciò che vogliamo e riteniamo  buono, e si deve affermare che non si conosce veramente se non ciò che si ama. D’altronde, “nulla est homini causa philosophandi, nisi est beatus sit” (‘ per l’uomo non c’è alcuna ragione di filosofare, se non quella di ottenere la felicità): Agostino è convinto che la ricerca della verità sia finalizzata al conseguimento della felicità, come già sostenuto dai filosofi ellenistici.

Ora, secondo me, e logicamente, se la verità è interiore, e la volontà la desidera, poiché la ritiene un bene, deve amare chi la manifesta, cioè se stessa, e colui la cui volontà appartiene, cioè se stesso. Sappiamo che la volontà si dirige verso ciò che ama, e quindi la ritiene buona perché la ama, e siccome si volge a se stesso, l’individuo che si cala nella propria interiorità per cercare il suo bene, dovrà necessariamente amare ciò che trova, e che sarà parte di se stesso, anzi la parte più vera e profonda. Ma se al contempo dispera della propria condizione, e aspetta la grazia per essere salvato, vivendo nell’angoscia e dubitando, non potrà amare pienamente ciò che ama: anzi, giungerà presto ad odiare la causa di questa angoscia, cioè se stesso. E tutto ciò perché ci si considera comunque peccatori, secondo lui, anche se risanati dal sacrificio di Cristo. Allora, o ci ha liberato questo sacrificio, e siamo sani, e quindi buoni e degni di amore, o no.

Bisogna per forza considerarsi indegni e dannati, finché la grazia non rivela di essere salvi (alla morte)? Una vita mica tanto felice, insomma; nonostante ciò, tutti vogliamo stare bene e ci teniamo a noi stessi; ci amiamo per forza di cose. Quindi più che farci vivere beati, appare un tormento questa ricerca di se stessi, per trovare la verità; e questo giustifica piuttosto la fuga da se stessi, perché è in noi che si rivela l’angoscia, il male.

Diciamo, che non regge, Agostino: mi pare una gran minchiata.

Difatti, alla fine della sua vita, tentò di ritrattare le sue tesi, e modificare certe affermazioni in accordo con la dogmatica nelle “Retractationes”.

Filosofare è bene, se si ragiona bene.

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