Verità e mente

La filosofia è ‘amore del sapere’, letteralmente tradotta dal greco antico; tale sapienza sarà vera o falsa? Se falsa, che cosa saprà, se non la falsità di se stessa? Non coglierà l’oggetto della conoscenza: anzi, lo nasconderà, per sviare, intenzionalmente, e allora sarà strumento di malizia e bellico oppure non troverà l’oggetto del suo intendere per ignoranza. Delle due opzioni, pare più grave la prima, che è un agguato alla fede altrui, ovvero malafede propriamente, menzogna volontaria, e male, se è vero che nessuno vuole essere ingannato da altri e neppure da se stesso, se potesse farlo.
Essere ingannato è come diventare cieco, temporaneamente: una poco sicura condzione.
Può accadere che si sappia qualcosa, e che il diretto interessato dell’evento non sappia nulla, cosa che stupisce molto. Del resto, la scienza naturale sa dei “fatti degli esperimenti”, cioè di ciò che la razionalità scientifica fa emergere mediante supposizioni dal coacervo casuaLe dei fatti naturali. La scienza provoca la natura e le fa rispondere in modo tale da confermare le teorie derivate da congetture sulle cui basi viene condotto l’esperimento. Ora, è questa l’unica verità certa che abbiamo, quella misurabile, sperimentabile, replicabile, protocollare e ordinata da prassi di laboratorio? C’è una verità storica? Sì ma idiotetica; non replicabile, e la cui esperienza, anche se è storia di altri (veritiera), coinvolge la propria sola esistenza, il “cuore della terra”, “trafitto da un raggio di
luce”, prima che giunga la subitanea sera. La verità della propria condizione sperimentabile solo dalla propria coscienza, del tutto soggettiva, e comunicata solo per racconto.
La morte è l’evento base dell’inferenza deduttiva (seppur fondata su una regolarità induttiva probabilistica) aristotelica più famosa, la premessa maggiore di tutte le altre premesse maggiori, il cogito esistenziale più noto e vero; eppure non è sperimentabile dal soggetto morto, perchè non esiste più; però è verificabile dall’esterno e solo in tal modo, e siccome tutti vi passeremo, siamo fondamentalmente ignoranti rispetto a ciò che è la cosa più importante per tutti.
La morte è diventare oggettivi a se stessi, perchè si manca a se stessi come soggetti e si diventa oggetti, corpi estesi, enti naturali, morti: nature morte… Questa è la conoscenza che è di tutti e di nessuno: cioè, un cosiddetto “mistero”. La cosa più importante, perchè ne va della nostra vita, la ignoriamo; quindi siamo originariamente ignoranti e tutto il nostro sapere è inscritto in questo abisso di ignoranza. La ragione e la scienza si fermano qui, a questo limite invalicabile. Le procedure scientifiche stesse, d’altronde, si basano sul senso comune, sulla coscienza quotidiana ascientifica di tutti, sulla percezione, le afferenze e deferenze automatiche. Quindi? Quindi sappiamo ciò che sappiamo entro i limiti delle nostre percezioni, cioè della nostra coscienza: e questo non vuol dire altro che tutto è mentale? A me pare di sì, e rispezzo una lancia per Buddha un’altra volta.

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