Candidi liti levigati che dichiarano le loro generalità e le circostanziate espressioni luttuose di chi deambula per poco ancora sui suoi piedi. Lito del viso e memoria del Lete, passaggio del Mar Rosso e Sinai del patto interrotto. Scorre il fiume delle parole e due volte non permangono le stesse, pur sembrando le medesime.
Sfrigolare del mobile primo e secondo e sferragliare di sfere rotte da comete impenitenti. Condomini rumorosi e timorosi in cielo e in terra. Binari morti dell’esistenza. Fantasmi che ridono, e spettro che ode nella carne, quella carne di fantasma che è uomo mai esistito.
Muore infante nel cuore, ancora curioso e sapiente del non sapere, e lo tradisce il suo ossario semovente.
Quella carne e quel sentir e quel sangue che lo abbandona e la stanchezza torpida e l’amore che non fu, disiata speme ognor. Scapigliata morbosità notturna e putridità della vita che marcisce nel cuore. Insolenza e insensatezza delle cose unite nella unità originaria del nulla meschino dell’andirvieni pedonale, oltre il soffitto che demarca indifferenza sulla soglia stoica. Imbelle ricerca della sazietà contagiata. Verso del poema spezzato e senza fiato, attaccato ad un tubo. Frasi riciclate nella televisione.
Inutile soggiacere di domande inevase e orecchie religiose recluse nel tempio sordo.
Agglomerato sontuoso di chiuse pentecosti in ribollire di crateri di falsità.
Squagliarono le parole come neve al sole e restava ombra di limoni gialli e aspri.
Laschi lemmi al dolco africo fan paduli perifrasi.
